Suvignano e la Balzana, storie di due confische ed altrettante rinascite

Il sentiero è ben tracciato e scorre in un arcobaleno di colori. Un sentiero, come la strada della legalità di Suvignano, la tenuta nel senese strappata alla mafia e gestita dalla Regione Toscana dal 2019, che avanza tra zolle arse dal sole e campi ben coltivati e tenuti in ordine e che Toscana e Campania hanno deciso di percorrere insieme.

Quel sentiero, fisico, inaugurato nel 2020 e che racconta l’impegno di tanti, è la metafora perfetta di un sostegno ad una nuova cultura della legalità che affonda le sue radici parecchi anni addietro. E’ la metafora di una formazione attenta, rivolta alle generazioni più giovani, e di un rinnovato civismo. E in questo impegno un valore importantissimo hanno pure i beni confiscati alla criminalità organizzata e tornati di uso collettivo, come la tenuta per l’appunto, dove l’economia (e la promozione delle attività economiche dell’azienda e di un intero territorio) si somma alla socialità.

La rinascita di Suvignano
La tenuta di Suvignano sulle colline del senese, a cavallo tra Monteroni d’Arbia e Murlo, è un po’ il simbolo dei beni confiscati alle mafie e alla criminalità organizzata, che anche in Toscana sciacqua i propri denari e fa affari. E’ il bene più importante requisito nella regione e tra i più grandi in Italia: il più esteso del Nord Italia.

Era il 2007 quando, con la condanna passata in giudicato, la confisca della tenuta divenne definitiva. Si è temuto ad un certo momento, anni fa, che la proprietà fosse messa all’asta, con il rischio che potesse tornare alla mafia attraverso prestanomi. Poi, annunciata l’anno prima, è arrivata nel 2019 l’assegnazione alla Regione, che la gestisce attraverso Ente Terre, società 0che già si occupa di altre proprietà demaniali o in gestione, fa sperimentazioni in campo agricolo e forestale e valorizza le risorse genetiche autoctone, bestiame compreso. Si tratta di un progetto unico nel panorama nazionale, che coinvolge anche i comuni su cui la proprietà si distende.

La scommessa è far diventare l’azienda, con la sua vocazione alla agro-diversità, un volano per l’economia locale. A due passi scorre la via Francigena, calpestata durante l’anno da tanti turisti e viaggiatori. Suvignano fa anche agriturismo e uno dei progetti riguarda il potenziamento del settore, con la realizzazione di una nuova foresteria che consentirà quasi di raddoppiare i posti letto, portandoli a quasi ottanta. I lavori dovrebbero essere realizzati e conclusi entro l’estate 2023.  Ma chiaramente la tenuta è anche un simbolo della lotta alle mafie.

La tenuta – 713 ettari di terreno al momento della confisca (685 nel comune di Monteroni e 18 in quello di Murlo), poi diventatati 638 a seguito della vendita di alcuni poderi da parte della stessa agenzia nazionale che gestisce i beni sequestrati dallo Stato per saldare debiti dell’azienda – conta  ventiquattro edifici tra immobili, magazzini ed annessi vari: tra questi due ville ad uso agrituristico, una terza – la villa padronale dei primi dell’Ottocento – al momento inagibile e una chiesetta sconsacrata e di recente restaurata. Tutt’attorno un percorso che ne racconta la storia, con una decina di pannelli in italiano e inglese, elementi tattili in braille per i non vedenti e qrcode che ti fanno rimbalzare sul web per approfondire la storia della tenuta ma anche l’impegno civico e delle istituzioni contro la criminalità organizzata, oltre all’agricoltura sostenibile che nella tenuta si pratica.

Suvignano era il buco nero che non ti saresti aspettato nella felice Toscana, il volto di una mafia che non è più quella confinata solo in Sicilia ma quella che fa affari nel mondo e che nella campagna senese aveva investito parte dei suoi guadagni illeciti. L’hanno fatto anche ‘ndrangheta ed altre associazioni criminali, acquistando alberghi ed appartamenti, negozi, a volte anche semplici edicole di giornali, bar oppure aziende più strutturate. Centinaia sono infatti i beni confiscati in tutta la Toscana.

Da buco nero inatteso nel cuore prezioso della Toscana è diventato un vero e proprio simbolo di riscatto dello Stato nella lotta alle mafie. Tra la pace delle colline e delle crete senesi, nelle giornate terse lo sguardo buca l’orizzonte fino all’Appennino; tutt’attorno si stendono campi di grano ed erba per il foraggio, qualche olivo, un centinaio di ettari di bosco. Brucano, libere, oltre mille pecore sarde, con il loro allegro scampanellare, ci sono maiali di cinta senese allevati allo stato brado e, portati a suo tempo dalla Sicilia, alcuni cavalli ‘sanfratello’ e ciuchi di Ragusa, i più amati dai bambini che visitano la fattoria scolastica.

La storia giudiziaria della tenuta inizia con il giudice Giovanni Falcone. Fu lui, il magistrato ucciso dalla mafia nel 1992, che nove anni prima, nel 1983, sequestrò l’azienda una prima volta all’imprenditore palermitano Vincenzo Piazza, sospettato di aver rapporti con Cosa Nostra. Il costruttore siciliano successivamente ne rientrò in possesso. Tra il 1994 e il 1996 arrivò quindi il secondo sequestro, con la confisca anche di un patrimonio di ben duemila miliardi di vecchie lire affidato alla gestione di un amministratore giudiziario. Poi, nel 2007 appunto, la condanna e la confisca definitiva.

La Balzana nel Casertano
Più che una tenuta, la Balzana è un borgo agricolo con tanto di abitazioni dove un tempo abitavano i dipendenti: cinque vani ed un bagno a famiglia, con spazio per orto e pollaio, un forno ed un porcile. Quando negli anni Sessanta del Novecento l’azienda ha toccato l’apice della sua attività vi sorgeva all’interno una chiesa e perfino una scuola elementare e un circolo ricreativo. Un bel luogo. Vi lavoravano fissi in ottanta ed ottocento stagionali: più di duemila i capi di bestiame allevati, trentuno terreni agricoli e 202 ettari complessivi su cui sorgono ancora venti coloniche ed altri quattordici edifici rurali, tra stalle e capannoni.
Ma La Balzana, come ricorda un magistrato, è stato anche il luogo dove, per molti anni, si sono programmati (ed anche realizzati) crimini efferati.

La storia dell’azienda inizia negli anni Trenta del Novecento. Acquisita dalla Cirio, dopo gli anni Sessanta fu acquistata dalla Sme, l’azienda a partecipazione statale del gruppo Iri. Con la privatizzazione avviata negli anni Ottanta, La Balzana passa di mano più volte, fino ad essere acquisita dalla Ipam dei fratelli Passarelli, prestanomi dei camorristi Schiavone, e proprio a loro – ai capi del clan di Casal del Principe, ovvero a Francesco Schiavone detto Sandokan, a Fransceso Bidognelli più noto come “Ciccioli e Mezzanotte” e agli eredi di Dante Passarelli – è stata confiscata. Nel 2017 il bene è stato destinato al Comune di Santa Maria La Fossa, che ad aprile 2019 l’ha dato in concessione ad Agrorinasce, la società consortile, nata con l’obiettivo di rafforzare la legalità, costiuita nel 1998 da quattro comuni del Casertano (oggi cinque) e a cui nel 2020 ha aderito pure la Regione Campania.

Anche La Balzana, come Suvignano, è uno dei beni confiscati alle mafie più grandi d’Italia. In particolare Agrorinasce ha realizzato il primo progetto pilota a livello europeo di rafforzamento della legalità in un’area d alta densità criminale, finanziato con 3 milioni di euro del programma operativo nazionale sulla sicurezza 1994-1999, seguito dal 2006 al 2020 da altri dieci progetti, sulla legalità o il recupero di beni confiscati, per un impegno poco inferiore ai 18 milioni. A questi si aggiungono 15 milioni di euro destinati più recentemente per realizzare proprio alla Balzana il parco agroalimentare dei prodotti tipici della Regione Campania, finanziato dal Ministero per il Sud.

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