APD Firenze: “Noi restiamo a casa…da sempre”

Denata Ndreca, responsabile di APD (Assistenza Persone in Difficoltà), condivide un pensiero sui chi, da sempre, non può uscire di casa.

È un messaggio a cuore aperto e a suo modo anche duro quello che Denata Ndreca, responsabile di APD, Assistenza Persone in Difficoltà, diffonde sui social. Perché ci sono tante, tantissime persone con disabilità che in questa emergenza si trovano ancor più abbandonate.

“Da qualche parte della città, ci sono i miei ragazzi. A dire la verità i miei ragazzi ci sono in ogni parte della città” scrive sul suo profilo Facebook. “Tommaso non esce. Ha la sindrome down. Ogni mattina vuole il giornale e il bombolone. Impazisce per la Fiorentina. Da quando ha perso il padre per causa di un tumore ai polmoni, ha cominciato ad avere paura. Per Valentina la quarantena è stata prematura, per lei e la sua patologia, il posto di lavoro a Careggi, non era più disponibile”.

“Piergiorgio scalpita per le strade del Centro Storico, urla e piange perché ha paura che la sua mamma muoia, Piergiorgio è un uomo grande, più grande di me, ma la paura di perdere la sua mamma, lo uccide. Alessandra se ne andata prima che la quarantena cominciasse, non ce l’ha fatta. Lassù qualcuno l’aveva presa di mira, tolta la vista a 17 anni, e dopo altri 10, è morta di tumore al seno, il 16 aprile farà un anno. Ha deciso lei di andarsene, di questo ne sono certa, altrimenti sarebbe ancora qua, in questo silenzio, senza occhi – a dirvi: ‘Guardate la fortuna che avete'”.

“Poi c’è Antonio che ha 3 sorelle, ma l’unica che lo può aiutare è Caterina, le altre soffrono tutte due di sclerosi multipla, come lui. Poi c’è Lucia che ha perso la vista da un calcio in testa, poi c’è…Poi c’è …C’è che loro dicono: noi restiamo a casa, da sempre, e non ci lamentiamo…Dai ragazzi dell’ APD”.

Questo appello nasce quasi in risposta rispetto alle tante richieste di uscire di casa. Denata chiarisce ulteriormente il suo pensiero: “Sarà anche dura, e non lo metto in dubbio, ma lo diventerà ancora di più se i giardini si riempiranno con piccoli pargoli. Ma forse non c’è un altro modo per spiegarlo, tranne che chiederlo ai bambini che hanno passato anni dentro reparti di oncoematologia e trapianti, ai padri che hanno dovuto inghiottire le lacrime, per poter consolare le mogli dopo aver perso i figli. Chiederlo a loro come hanno fatto a vivere in isolamento. Chiedere a loro cosa vuol dire vivere nell’incertezza e pregare per un figlio. Ma chiederlo ora. Prima che sia troppo tardi”.

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