Adrian Corker Jack Wyllie – Adrian Corker Jack Wyllie (Chaoide Records, 2017)

cha1_frontUna collaborazione di avant-jazz che raramente trova un compimento armonioso come nel caso di Adrian Corker e Jack Wyllie. L’elettronica di Corker si sposa perfettamente col sax del membro dei Portico Quartet generando atmosfere eterne, per la precisione senza tempo, capace di lasciare fluttuare la musica che, wagnerianamente parlando, diventa musica totale. Wyllie, viene già dal mondo dell’improvvisazione e nella fattispecie con collaborazioni elettroniche (si pensi a Luke Abbott o Laurence Pike. Corker aveva già esperienze dal canto suo, come la recente collaborazione col regista tedesco Florian Hoffmeister. I due si sono incontrati nel 2013, Wyllie e Corker, e da quell’incontro ne nacque l’album Raise. Nell’arco di 18 mesi hanno spalmato i loro incontri, hanno sostituito il pianoforte con un paio di oscillatori et voilà, una risultante di sfumature e timbri sonori che ha del raro lirismo.

Ma torniamo a questo disco, che ha molto poco di disco, quanto piuttosto del diario di bordo: ogni traccia ha una data e un’ora, e si procede per solchi, appunto. Le varie esecuzioni devono essere prese come dei resoconti, degli eventi che si sono manifestati dall’incontro di queste due personalità. Le tracce non hanno ordine cronologico (può accadere che la traccia due sia stata registrata nel 2015 all’una di notte e quella successiva in un pomeriggio del 2013), ma seguono un ordine acustico/musicale che spazia da un’atmosfera all’altra.

La traccia 1, che esordisce con arabeschi di sax, sviluppa un moto ondulatorio che viene gradualmente scolpito dall’elettronica in maniera dolce, rotonda. La traccia 2 giustappone due sax di Wyllie in loop, uno dei quali, prevalentemente di funzione ritmica, muta le sue dinamiche in quelle di un oscillatore. La traccia 3, altamente meditativa, gioca sui cambi microtonali del sax, una dimensione diversa rispetto alla traccia 5 in cui i corpi sonori dei due sono ben distinti e, nonostante tutto, si muovono in maniera complementare. Davvero differente è l’ultimo capitolo del disco in cui la sorgente sonora del sax sprofonda in un mare di strati di eco e distorsioni.

Questo diario musicale è un elogio del mutamento, della magia che contraddistingue la musica che si rende visibile ritraendosi (mi rendo conto che questa dicotomia è un’esposizione alquanto banale nel tentativo di ritrarre un movimento invisibile, ma d’altronde, la capacità di ritrarre spetta al poeta) risolvendo questa eterna dicotomia che, come l’universo, è infinita ed in espansione e va da Schopenhauer ad Adorno, fino ad oggi e non ha ancora trovato soluzione, ma per il semplice fatto che se ne continua a parlare. E sarebbe forse occasione di non usare più parole, o di portare le parole nel mondo dove le parole consumano il loro senso, dove le parole, hanno così tanto senso da dover essere inutilizzabili.
Riccardo Gorone

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